yoga, gospel e famiglia

 

Ogni tanto qualcuno si pone la domanda: ma come si conciliano yoga, gospel ed il lavoro di mamma?

Non è qualcosa che si cerca, è qualcosa che capita. Come leggere un romanzo di De Giovanni preso in biblioteca e trovarci dentro un segnalibro scordato dal precedente lettore e scoprire che è un tuo amico.

Il filo conduttore del tutto si riassume nella frase “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Dovrebbe essere il tema portante della spiritualità cristiana, ma spesso viene ignorata preferendo “ama te stesso” e che il prossimo crepi d’invidia. Vivo in un paesino, ed ogni giorno vedo le stesse persone ripetere gli stessi gesti e le stesse recite, a beneficio di chi? non so. Questo genere di rappresentazione non fa per me, sono una persona brutalmente sincera e piuttosto insofferente alle falsità, quindi ho poche amiche e molti interessi.

Uno di questi è lo yoga, inteso non solo come disciplina fisica ma anche come filosofia di vita. Trovo che l’etica delle osservanze yoga sia raggiungibile e comprensibile da molti, soprattutto trovo che sia praticabile da chiunque. Cercando di evitare le esagerazioni ascetiche, le privazioni masochistiche e le semplici mode, la pratica yoga si basa su semplici esercizi fisici e spirituali.

Gli esercizi fisici li conosciamo, chi per averli praticati, chi per aver visto altri che li praticavano. “Fare yoga” non significa stare seduti cd occhi chiusi ripetendo “OM”, significa stare seduti in una posizione comoda e confortevole, lontana dagli estremi (quindi centrata), che consenta di avere la consapevolezza di se.

Sono due approcci molto diversi.

Anche la filosofia Yoga è molto diversa da ciò che appare. Spesso sentiamo parlare di yoga e pensiamo a persone che si privano di tutti i piaceri del mondo fisico per poter arrivare al distacco dal terreno. Non è così. Chi pratica yoga segue l’osservanza della contentezza, dello studio, della non violenza sotto tutti i suoi aspetti, della veridicità e della ricerca dell’unione col divino. Perchè non è rifiutando la materialità che si arriva al divino, ma avendone consapevolezza.

La parola chiave della mia vita è stata questa: “consapevolezza”. Verso i vent’anni ho realizzato che mi mancava il controllo sugli eventi che accadevano intorno a me. Purtroppo non si può controllare il mondo intorno a noi, però si può imparare ad accettare gli eventi come  accadono e chiedersi: tutto questo, cosa mi insegna? In modo da imparare il più possibile da tutto ciò che ci circonda e conservare questo bagaglio per il futuro. Per questo quando mi chiedono cosa faccio nella vita, spesso rispondo: imparo. Imparo quello che la vita mi mette davanti, può essere un nuovo lavoro, usare il pc, una ricetta particolare, una nuova canzone.

Sebbene io non abbia studiato musica, ma abbia semplicemente un’infarinatura di solfeggio, e qualche accordo di chitarra, ho sempre amato cantare. Mia madre registrava le mie performance quando avevo 5 anni e cercavo di riproporre i pezzi dello Zecchino d’Oro cantando sul terrazzo di casa. Ho le prove di questa passione.

Nel 1980 ho incontrato sulla mia strada un sacerdote, Don Giuseppe Bettin, che della sua passione per la musica ha fatto la strada maestra della sua vita. Ha realizzato un sogno creando un coro di ragazzi, gli Spiritual Songs, che proponevano pezzi classici di spiritual e gospel tradotti in italiano. Saremmo stati anche il gruppo dell’Oratorio, ma già allora eravamo proprio bravi. E ci divertivamo tanto, che è la parte migliore della storia… se mi ricordo i viaggi in pullman…

Dopo tanti anni, dalle ceneri degli Spiritual Songs siamo nati noi: siamo pochi, ma buoni. Abbiamo tanti impegni di lavoro, famiglia, ma ci proviamo e teniamo duro. Il nostro repertorio si è spostato verso il gospel classico, con piccole fughe nel pop e qualche arrangiamento azzardato. Cantiamo in inglese, facciamo un sacco di stupidaggini sul palco, e ci divertiamo sempre. Tanto.

Questi siamo noi, bellissimi e intonatissimi.

Se trovate una delle nostre locandine, venite a sentirci. Magari anche a cantare con noi, la porta è sempre aperta.

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Ma… quando fai la mamma?

Sempre! Anche se sono mamma sono una persona con passioni e interessi che esulano dai miei figli. Adesso che sono grandicelli posso permettermi di uscire qualche sera per andare a cantare, prendermi un po’ di tempo per me da sola. I primi tempi era dura… anche per me, che pensavo continuamente ai miei bambini soli in casa (si, soli in casa per mezz’ora, fin quando non arrivava il papà da lavorare), telefonavo quando era l’ora di andare a dormire, buonanotte, mandami un bacino… pciuc. Poi i sensi di colpa passano, i figli crescono, finisce che ti telefonano loro per darti la buonanotte, mamma non ti preoccupare che torno presto.

Io canto. Anche i mantra, che mi piacciono tanto. Mio figlio canta con me. Mia figlia se ne va infilandosi gli auricolari perchè “deve studiare”.

Sono una donna fortunata :)

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